Notai, togati e nobili di provincia

Notai, togati e nobili di provincia

I percorsi sociali, economici e politici di una famiglia genovese nel Regno di Napoli

Maggiori dettagli

  • Anno: 2007
  • Autore: Alessia Ceccarelli
  • Formato: 14x22
  • ISBN: 9788889506400
  • Pagine: 336


€ 15,00

    Dettagli

Se la storia dei genovesi è una difficile pratica quella dei liguri fuori da Genova è davvero una pessima idea, non per nulla rimane, in sostanza, ancora da scrivere, ad oggi in fase di sondaggi preliminari. Nel primo caso una vicenda di famiglie, anzitutto, che Edoardo Grendi leggeva e offriva in termini di morfologie socio-culturali, qui un problema omologo ma più complesso, quello dei De Mari nel Meridione d’Italia o meglio dei De/de Mari, aristocratici di vecchia nobiltà, di cui nulla sapevamo. Partiamo dal piano delle definizioni che poi si lega alla questione delle fisionomie: non mi pento di un titolo che dovrebbe dare coordinate essenziali, preparare all’idea di una dinamica di gruppo che chiamo genovese perché altrimenti non potrei significare. Non è tanto il mero dato di un’origine che giudico ormai certa, c’è una summa di caratteri sociali, culturali, economici e politici da cui discende una connotazione identitaria che o pertiene Genova o appartiene a quei genovesi la cui storia si dovrà pur tentare. In queste pagine, ove si tratta di notai che si fanno togati per divenire propietari terrieri, nobili di provincia, un retrogusto volutamente odeporico: gente in viaggio sulle strade del regno, che disegna itinerari di per sé inconsueti, che si muove entro uno scenario già fluido, sotto un cielo increspato e talora agitato da forti correnti, dagli scontri cetuali partenopei alle guerre di fazione, nella Murgia barese. Un volume, due sezioni, che riassumono gli snodi di fondamentale salienza 1) dalla Liguria al Mezzogiorno, verso Napoli (1480-1572): altri uffici, altri ruoli, ora nuovi cittadini di diversa nobiltà 2) alla periferia di un sistema (1572-1680) cioè in Puglia (Terra d’Otranto e Terra di Bari) ma il paradigma che decifra in modo completo questo ennesimo mutamento geografico oltreché fisionomico (socio-professionale, politico, economico) è dogane-debito pubblicomercatura- milizia-rendita feudale o fondiaria. Percorsi che letteralmente attraversano e superano panorami, episodi e figure suggestivi a prescindere da quel che sa dirne questa narrazione, perciò il lettore non si arrenda all’ostacolo che il primo capitolo pone, non si convinca di essere in un labirinto né si senta (troppo) messo alla prova. Ogni viaggio inizia alla conoscenza di un limite, anzitutto il proprio, e io dovevo rappresentare l’altezza di un muro, vera sfida di una ricerca che ora è paga ma che qui non si compie. Notariato e nobiltà, notai e mercanti, notaio e toga, tre nessi cardine di un ragionamento che non immaginava di scalfire certezze, di trovarsi a circoscrivere autentici dogmi. Per anni il dubbio di un’impresa ormai fuori misura, di un dedalo, appunto, che non conteneva tesori e semmai condannava alla più nera sventura. Chi desiste continui a fidarsi appena quel tanto da passare oltre ma ricordi che il viandante è solito sostare ove il cammino, divenuto più agevole, invita a godere del paesaggio o altrimenti suscita la riflessione. Napoli, anzi Capuana, per l’intero Cinquecento, è davvero mirabile: banche, confraternite, tribunali e ancora l’intenso lavorio delle curie notarili, una famiglia ora numerosa che ascende e si trasforma, che in certo senso si scopre e si conserva genovese facendosi partenopea. Poi Lecce e Altamura, dove l’ambizione diventa magnificenza e il mondo delle magistrature si confonde con quello feudale, nel grande mercato dei favori politici, tra vecchie e nuove alleanze, delle rendite, dei blasoni, degli uffici, dei partiti di olio e di grani. Queste vicende di epilogo appariranno forse più ricche, meno appannate e distanti, una precisazione documentaria e metodologica, allora, che sento necessaria pur nella consapevolezza di trasmettere un’altra delusione: le fondamenta di questo lavoro corrispondono a due distinti nuclei di fonti, il modesto archivio privato dei de Mari di Altamura (APMA, XVI-XX sec.) che semplicemente definirei qui, per ragioni di sintesi, primo rinvenimento, e d’altro canto il fondo Visitas de Italia, dell’Archivo General de Simancas (AGS) il cui peso è invece notevole, non solo in termini quantitativi. Si tratta, com’è noto, della documentazione prodotta dai visitatori generali che periodicamente vagliano l’efficienza dell’apparato amministrativo e militare (in questo caso meridionale, per gli anni 1559-64 e 1581-86). Una fonte pubblica, giudiziaria, che pure disvela talora la sfera delle relazioni private, che ha offerto inattese, preziose, aperture prospettiche, comunque un fondo che non contiene tutti quei documenti (carteggi, memorie…) che lo storico dei genovesi è d’altronde, per lo più, rassegnato a sognare. Perciò una storia, non sembri banale, che in questo caso davvero si fa, con certosina pazienza, a partire dal poco che resta, caparbiamente ponendosi sulle labili vestigia di una preda che lungamente sfugge. E così un approccio, in origine di tipo prevalentemente economico, ha potuto almeno permettersi di contemplare in egual modo anche il piano sociale e politico, alla luce dei successivi incroci documentari. Tra le fonti che chiamo ulteriori, ancora decisivo l’apporto di quelle simanchine (Estado, Napoles e Roma; Secretarías Provinciales) mentre è stata indubbiamente più fortunosa la scoperta di un secondo archivio privato, questa volta genovese (l’Archivio Privato De Mari Cambiaso). Non dimenticherò la fatica e l’emozione provate nel misurarmi con i protocolli notarili, a Napoli (ASN, Notai antichi; ACMN, Fondo Miscellanea) come a Barcellona (Arxiu Historic dels Protocols de Barcelona), quindi il contributo delle fonti vaticane (Archivi della Congregazione per la Dottrina della Fede; Archivio Segreto) e altamurane (i Libri dei Battesimi dell’Archivio Capitolare, gli inediti dell’ABMC). È inspiegabilmente negletto -e non parlo dei soli modernisti- il fondo della Consulta Araldica (ACS), forse perché poco noto o piuttosto colpa di taluni preconcetti (patetiche beghe e insipienti scartoffie, opera di prezzolati eruditi); peccato, giacché può rivelarsi un’autentica miniera, specie nei casi di Fascicoli nobiliari contenenti documenti originali o copie ed estratti di fonti ormai perdute. Aggiungo poi che il tramonto della nobiltà, col miserere ideologico che l’accompagna, di un’aristocrazia italiana, vorrei dire, intenta a dettare testamento, non mi è affatto parso uno scenario privo di stimoli. Ora il vero redde rationem: mi aspetto impressioni diverse ma in tutta onestà so di avere investito energie in un lavoro che c’è, come può esserci, e molto è merito della sorte. Lo si consideri pure una scommessa, nell’attesa, voglio dire, di migliori prove altrui, per me rimane comunque il libro che avevo il dovere di compiere. Lo dovevo, e si apre il lungo elenco dei candidi grazie, in primo luogo al professor Guido Pescosolido, per anni un sostegno e un modello di perseveranza. Irene Fosi mi ha dato più di quanto non sappia, avviandomi alla ricerca e insegnandomi ad amarla. Franco Angiolini ed Elena Fasano Guarini, guida di rara pazienza, di viva intelligenza, hanno coordinato la mia tesi di dottorato, grezzo abbozzo di questo lavoro, frutto almeno più degno dei loro ottimi consigli; anche quelli di Adriano Prosperi, Marina D’Amelia, Roberto Bizzocchi, Angela Groppi, Carlo Bitossi, Francesco Benigno, Bruno Tobia, Domenico Caccamo e Paola Volpini. Arturo Pacini, cui ho chiesto, e spesso, oltre misura, merita un particolare omaggio, lo stimo come studioso e lo giudico una bella persona. Conservo una breve nota di Maria Antonietta Visceglia che per prima ha suggerito l’importanza dei fondi simanchini, pensandola, nel tentativo di proporre un Salento degno di essere raffrontato a certe sue pagine, densissime, ho pensato che le dovevo un grazie anzitutto per averle scritte. Debiti scientifici che sono altrettanto netti e ben circoscritti, come segnalo nel testo, mi legano a Rodolfo Savelli, Alfonso Leone e Giovanni Muto, lo ricordo anche qui nella speranza che in specie i primi non abbiano a pentirsi d’averli contratti. Aurelio Musi, il mio lettore, è ormai consapevole di avere a che fare con una persona tenace, che tenacemente ha sperato di poterlo pienamente soddisfare. Senza Eugenio Di Rienzo questo libro non ci sarebbe, anzitutto perché dietro ogni impresa di tal genere, e così per tanti come me, c’è n’è un’altra, più grande, c’è lo sforzo di credere ancora che proprio questo sia il proprio modo giusto di vivere. Nel licenziare queste pagine ritrovo i De/de Mari tutti: grazie a Elena e Benedetto di Genova, a Nicola, Massimiliano, Gugliemo, Candida, Fulviano, Stefano, Francesco e Maria Clementina di Altamura. Non ho scordato la cortesia della dottoressa Lilli Foglia, della Sovrintendenza ai Beni Artistici e Archeologici di Napoli, né la disponibilità e l’aiuto di Isabel Aguirre Landa, dell’Archivo General de Simancas, e della dottoressa Cinzia Cassani, dell’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia. Sono grata agli altri molti studiosi, colleghi e amici, a vario titolo sostenitori, talora inconsapevoli, di questa ricerca: Renato Pasta e Adriano Viarengo, Algerina Neri, Massimo Rosati, Alfonso Assini, Giuseppe Castelli, Tommaso Berloco, Riccardo Maffei, Alessandro Guerra, Nicoletta Bazzano, Massimo Carlo Giannini, Jens Viggo Nielsen, Elena Bottoni, Mariella Pepe, Orietta Filippini, David Frapiccini, Giuseppe D’Angelo, Maria Anna Noto, Luigi Alonzi, Saverio Di Franco, Dario e Teresa Antonucci. Che in verità io non sappia demolire l’ha capito anche Biagio, ora certo più conscio di quanto ha fatto; semplicemente lo ringrazio un’ultima volta, come meglio mi riesce fare.

Autori

Lacaita Editore